Web 2.0: la vecchia pubblicità non ci serve più
Dice bene Roberto: In un mondo 2.0 a che cosa serve la pubblicità? Da molto tempo in alcuni (pochi) ambienti si comincia a discutere di marketing utile e pubblicità che serva anche allo sviluppo dell'intero contesto sociale piuttosto che del portafoglio di pochi.
Una pubblicità che serve, appunto. Che permetta alle persone di crearsi opinioni e non "modellare" le menti con messaggi impositivi, spesso di dubbia utilità, e che basano il loro "effetto" sull'incapacità del ricevitore di avere modelli adeguati di elaborazione dei messaggi.
Web 2.0 è il nuovo mondo in cui imporre messaggi non serve a nulla se non a scavarsi la fossa.
Gli utenti hanno possibilità di dialogare tra loro e con esperti prima inaccessibili. Le aziende che forzano pubblicità con modelli "old" spesso portano a casa migliaia di impression ma poca fidelizzazione sulla marca e, a lungo andare, anche sempre meno nuovi clienti. Al contrario delle aziende "partecipative" alla comunicazione col cliente, che impegnandosi con loro e per loro ne creare valore aggiunto con servizi e comunicazione interattiva in rete, hanno risultati economici stupefacenti e in costante ascesa nel tempo.
Se prima l'azienda doveva bombardare di messaggi pubblicitari i suoi utenti possibili clienti per farsi conoscere, oggi il tamtam in rete precede ed evolve i contenuti comunicativi creando immagini percepite su prodotti, marchi, persone che vanno al di la di ogni possibile previsione di un marketer, soprattutto di quelli che con la rete fanno ancora fatica a dialogare.
Se questo è lo scenario, risulta più facile interpretare i dati che periodicamente IAB e Nielsen ci comunicano sulla decrescita degli investimenti pubblicitari sui canali tradizionali e la crescita su qeulli digitali. Che più che dalla crisi di mercato sono, secondo me, sostenuti dalla crisi dei modelli di comunicazione e apprendimento che internet sta rimettendo in gioco.
Lentamente (ma neanche tanto) ma indissolubilmente…









5 risposte to “Web 2.0: la vecchia pubblicità non ci serve più”
1 beniamino 16 dicembre 2009 @ 15:25
ho paura di rimanre abbagliato da questa visione, ho paura che spinto all’estremo, nella forsennata ricerca di “conversazione ” fra azienda e consumatore si possano correre degli enormi rischi, perchè la rete che svolge un ruolo fondamentale rischia di essere più veloce della capacità delle persone (tutte) di adattarsi, creando sotto la maschera dei rapporti a due vie, un percorso più facile verso la disinformazione (pardon discomunicazione)
io credo che la pubblicità non si vecchia, sia solo lenta a rinnovarsi.
2 Mauro 16 dicembre 2009 @ 15:32
Concordo pienamente con Andrea. Ambire ad un mondo migliore e ad una pubblicità migliore si può (e si deve). Se poi qualche errore muovendosi in internet si commente benvenga. Esperienza docet. Di certo la pubblicità tradizionale non muore (non credo Andrea volesse dire questo). Semplicemente non basterà più ad ottenere obbiettivi che ad oggi sono troppo sbilanciati sul bene delle aziende (o meglio, dei loro amministratori)…
3 beniamino 16 dicembre 2009 @ 15:45
una cosa è l’aspirazione ad una pubblicità migliore, avevo capito anche io il senso di Andrea, una cosa è quello che accade. resta la mia proccupazione nella misura in cui la forza inarestabile del 2.0 possa essere sfruttata da chi (diciamo cosi) non ha aspirazione ad un pubblicità migliore. prorpio perchè, come dici tu, le aziende sono sbilanciate sul bene della azienda stessa.
4 Iabicus 17 dicembre 2009 @ 07:45
Quoto Beniamino. Ridurre la questione al 2.0 ci fa perdere di vista il quadro d’insieme: la pubblcità ci serve.
Serve agli addetti ai lavori. Al sistema di mercato e alle persone che abitano il mondo che ci troviamo tra le mani in questo momento. E se è vero come è vero che questo può essere migliorato, allora anche la pubblicità, la pubblicità tutta, deve saper svolgere un ruolo nuovo e diverso. Ma tuffarsi a man bassa nel 2.0 non risolve la questione. Quello a cui stiamo assistendo, infatti, rischia di compromettere pericolosamente le dinamiche di interazione e partecipazione. Perché ci si sta tuffando a man bassa nei social network, esattamente come fino a qualche anno fa un video virale poteva sembrare la panacea di tutti i mali.
Internet merita rispetto. E anche la pubblicità. Ma soprattutto i consumatori. Io credo si debba semplicemente cambiare il modo di fare pubblicità. Sforzandosi, per una volta, di non porsi la questione da un punto di vista mediatico. Interrogandosi sulle cose intelligenti, sani, credibili e rilevanti che si hanno da dire. Poi si decide come dirle.
Le persone faranno il resto…
P. I.
5 Andrea 17 dicembre 2009 @ 12:47
Web 2.0 non è una forma di pubblicità: sono persone che interagiscono tra di loro. Se ci si vuole tuffare dentro per vendere, quindi, occorre capire che le logiche non sono quelle tradizionali, altrimenti farsi male è semplice, giusto, naturale. Tempo al tempo (maggior diffusione della rete e del web) e della pubblicità così come noi la conosciamo ce ne sarà un pò meno bisogno. Intendiamoci bene però, oggi la maggior parte della pubblicità non serve ai consumatori ne alla società ma solo ed esclusivamente ai produttori!
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