Le campagne SEM contribusicono alla truffa del secolo: lo shopping?
Chi si occupa di search engine marketing ha normalmente come primo obbiettivo per la maggior parte dei clienti aumentare le vendite dei loro prodotti o dei loro servizi. Per quel che riguarda il B2C, che in internet spesso sfocia nell’e-commerce, questo è ancora più vero perchè il tasso di conversione utente/cliente è uno dei punti focali su cui ci si concentra, e coinvolge tutto lo staff delle agenzie (seo, keywords specialist, web analytics specialist, web copywriter, marketer,…), e soprattutto “i creativi”, coloro che si occupano della creazione delle campagne pubblicitarie, e che si preoccupano di creare il “valore aggiunto” tramite contenuti e tecniche di comunicazione proprie del web che inducano gli utenti a fare azioni per “trasformarli” in clienti.
Si preoccupano cioè di far fare shopping agli utenti…
Ma lo shopping che direzioni sta prendendo? Che ruolo ha nella nostra vita?
Benjamin Barber, autore americano, spiega perché fare acquisti ha smesso di essere una faccenda domestica ed è divenuto un’occasione di divertimento fuori casa. Che compriamo inutilità spinti da impulsi creati dalla pubblicità che induce le persone a credere di avere dei bisogni da soddisfare, spesso in modo morboso, è un dato di fatto. Che questa tendenza sia diventata ossessiva e devastante per i suoi effetti nefasti sulle persone, partendo soprattutto dai bambini, un pò meno.
Per molti, lo shopping si è trasformato da lavoro domestico in ricerca di piacere già molto tempo fa. Vi dovrete dare molto da fare per trovare un consumatore britannico che, almeno una volta, non sia uscito in strada con l’intenzione di trovare qualcosa che voleva comperare, anziché con quella di comperare qualcosa di cui aveva bisogno. Questo comportamento è in antitesi non solo con quello dei consumatori nei paesi in via di sviluppo, ma anche con quello dell’Europa e degli Stati Uniti di soli 60 anni fa
È impossibile stabilire il momento esatto in cui una vita basata sulla sobrietà – condotta dalla maggioranza delle persone fino agli anni ’50 del secolo scorso – si è evoluta in una piena di comfort, prima di scivolare in un eccesso assurdo, ammette Benjamin Barber, autore del best-seller Jihad Vs. McWorld. Il suo nuovo libro, Consumed, affronta il tema del consumismo eccessivo ed ossessivo. Questa tendenza, secondo le previsioni di Barber, sta conducendo le società democratiche ad una morte anticipata.
Come non dargli ragione? E come non dargli ragione quando cita i professionisti del marketing come tra le principali cause di questo percorso? Il libro sicuramente pone delle riflessioni che tutti ma soprattutto i marketer (anche quelli delle web agency come lo Studio) dovrebbero porsi, e magari cercare di elaborare interiormente per tentare di capire se il loro operare quotidiano infranga o meno dei confini di correttezza o superi i limiti dell’etica della loro coscienza. Gia, perchè noto che la maggior parte dei marketer, inseguendo il business da una parte, e correndo dietro alle aziende dall’altra, molto spesso perdono di vista valori che in separata sede invece difendono o in cui credono.
Barber cita come esempio di questa tendenza esagerata verso la spinta allo shopping come droga sociale il chief executive della Saatchi & Saatchi, Kevin Roberts, l’uomo che ama lo shampoo Head & Shoulders così intensamente da continuare ad utilizzarlo nonostante sia diventato calvo. E testimonia come il marketing stia puntando alla creazione dello shopper perfetto lavorando molto sui bambini, sul loro modo di pensare e di intendere la vita e i valori della stessa.
Molto spesso mi sono permesso di dire che chi si occupa di search engine marketing si occupa di un marketing meno estremo di quello dei marketer tradizionali, perchè i motori di ricerca hanno il loro limite proprio nella fase più criticata da Barber, quella in cui si vanno a creare i bisogni. I motori di ricerca intervengono a trascinamento delle campagne di comunicazione e pubblicità tradizionali, basate su tecniche di Interrupt Marketing (citando Seth Godin). Ma l’esplosione di AdSense da una parte, e il decollo di internet quale strumento di promozione e pubblicità dall’altra (con attività di interrupt marketing quali banner e dem), hanno portato le sem agency a orientarsi anche verso i modelli più vicini ai loro colleghi delle media agency. E tenendo conto che internet è lo strumento più utilizzato dai giovani, non possiamo edimerci, soprattutto dopo essere stati unti dal libro di Barber, quantomeno a farci un’esame di coscienza non tanto per arrivare alle conclusioni dell’autore, ma quantomeno per rendersi conto di come vanno le cose nel mondo dell’advertising e del marketing, sempre più marketing 2.0, come anche di recente il guru Kothler ci ha detto.
Fortunatamente anche Barber vede un aspetto positivo nella faccenda. “Il capitalismo ha una tendenza a strafare”, afferma. “Distrugge qualsiasi cosa sul suo cammino. Questa è una strategia per salvaguardare il capitalismo. Vi sono bisogni umani profondi e pressanti che devono ancora essere soddisfatti e il capitalismo è lo strumento perfetto affinché lo siano”.
E fortunatamente il Web 2.0, come anche il citato Kothler ribadisce, sta cambiando un pò le regole del gioco dando più potere al consumatore, e contribuendo pesantemente alla “quinta fase” del marketing: quella della collaborazione e della co-creazione di prodotti e comunicazione tra consumatori e azienda.









5 risposte to “Le campagne SEM contribusicono alla truffa del secolo: lo shopping?”
1 paola 15 luglio 2008 @ 19:35
bello l’articolo.
ma perchè truffa nel titolo?
shopping = truffa?
2 Andrea Cappello 16 luglio 2008 @ 12:32
Ciao Paola
Ho ripreso il termine forte utilizzato da Benjamin Barber perchè bene evidenzia come il fare shopping sia diventata un’attività oltromodo motivata da finti bisogni e ricerca di gratificazioni che il bombardamento pubblicitario ha interiorizzato nella cultura e nel dna delle persone. Truffa quindi, perchè lo shopping smodato per pura gratificazione fa guadagnare alcuni sfruttando i finti bisogni di altri. E’ truffa il tipo di shopping che crea gratificazione nel momento dell’acquisto e del possesso, più che nel confort o nell’utilizzo dell’oggetto comprato.
3 Calandra 18 luglio 2008 @ 12:18
Generalizzare e definire le DEM come strumento di interrupt marketing significa avere le idee poco chiare e fare proprio un equivoco diffuso: per definizione la DEM si basa sull’opt-in e viene utilizzata prevalentemente come strumento verso coloro che sono già propri clienti.
Se generalizzassimo in questo modo, per analogia anche spingere artificialmente la link popularity per inserirsi all’interno di una SERP rappresenta “interrupt marketing”, infatti mi sto intromettendo nelle ricerche dell’utente.
4 Andrea Cappello 18 luglio 2008 @ 16:20
Ciao Calandra
vediamo allora di chiarirci le idee…
In primis per DEM si intendono azioni di promozione tramite email su database autorizzati, sia aziendali che di terzi. Ogni qualvolta compili un form o un modulo, molto spesso le aziende ti chiedono non solo l’autorizzazione a inviarti pubblicità, ma anche di cedere il tuo dato a terzi.
In secondo luogo, i concetto di “permesso” di Godin non è da intendersi dal punto di vista legale (come hai fatto tu), ma sul fatto che è l’utente ad autorizzare e richiedere la pubblicità, cosa che avviene d esempio quando sfoglia le pagine gialle o interroga un motore di ricerca per trovare informazioni.
Ogni volta che un utente riceve un’email contenete uno spot, di fatto subisce un’azione di interrupt marketing, a meno che questa email non sia conseguente ad azioni di richiesta informazioni precise da parte dell’utente (ad esempio chiedendo ad un’azienda di avvisarmi sulla commercializzazione dei suoi nuovi prodotti).
Per quel che riguarda “spingere artificialmente la link popularity” non sono d’accordo. Qualsiasi risultato compaia a seguito di una ricerca ai primi posti su un motore di ricerca e abbia attinenza con la query digitata, è un’azione di permission marketing. Casomai potrà piacerti o meno il modo in cui un risultato compaia o meno prima di un altro, ma questo è un discorso puramente soggettivo e che non c’entra con il nostro discorso.
Potrebbe essere d’interrupt marketing il posizionare siti con contenuti non attinenti alle query digitate dagli utenti, ma qui per fortuna Google interviene abbastanza bene riconoscendo chi bara ed eliminandolo dalle serp.
5 Sonia Surico 15 ottobre 2009 @ 10:47
A livello etico e sociologico le affermazioni di Benjamin Barber sono condivisibile dalla maggior parte di tutti noi. Tuttavia il Search Engine Marketing va completamente in contrasto con la visione di marketing tradizionale poichè siamo noi utenti a decidere cosa è più utile per noi a livello di informazioni e QUALITA’ di contenuti. Quindi, come dici tu, il Web 2.0 e non solo, anche il SEM, sta capovolgendo (non completamente è ovvio) la comunicazione tra azienda e consumatore, forse perchè la collettività un esame di coscienza se l’è già fatto. Dire che le campagne SEM contribuiscono alla truffa del secolo secondo me è non solo esagerato ma potrebbe creare ulteriore confusione sull’argomento che, soprattutto in Italia, tra le aziende è purtroppo ancora poco diffuso. Il SEM è uno strumento che aiuta anche le piccole medie imprese ad essere più visibili e raggiungibile dal proprio target a costi bassi e in modo immediato grazie alla teoria della Lunga Coda (http://it.wikipedia.org/wiki/Coda_lunga). Un modello di marketing più “democratico” di questo credo che non sia mai esistito.
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