Pubblicità per performance, anche offline
La pubblicità sui media tradizionali è caratterizzata da:
- “fumoso” target di utenti da raggiungere.
Utenti di cui non sappiamo se: - leggeranno il nostro annuncio,
- sono interessati al nostro annuncio
- sono reali o ipotizzati o inventati dall’editore
- costi elevati minimi “d’entrata”
il che permette di avere ADV a buon costo a chi può spendere, e costi spropositati per i piccoli inserzionisti - poco controllo sulle “performance” della campagna
a meno che non si pianifichino campagne con grandi budget, il monitoraggio delle performance delle stesse ha costi sostenuti e quindi non accessibili - difficoltà nel selezionare i canali
dovuto al fatto che : - le media agency tendono a pianificare campagne sui media che “controllano” o con cui hanno revenue vantaggiose.
- molti editori non hanno una “distribuzione commerciale” dei loro prodotti facilmente reperibile
- molto spesso non si conosce l’esistenza di vari media
La pubblicità tradizionale avvantaggia quindi chi:
- E’ un grosso editore (= chi ha i soldi)
- Controlla la distribuzione dei prodotti
- Controllai canali commerciali
La pubblicità tradizionale svantaggia quindi chi:
- Ha prodotti di qualità ma non riesce a raccogliere gettito pubblicitario
- Gli utenti che non possono accedere a tutti i prodotti che non riescono a sostenersi
- Gli editori che basano i loro vantaggi competitivi sui monopoli
E’ possibile cambiare o modificare in parte tale situazione? Forse; e come già accaduto con AdWords e AdSense per l’ADV online, un cambiamento potrebbe offrirlo Google, anche se i primi tantativi non hanno dato buon esito (ma si sa, è dalle esperienze anche negative che si costruiscono la più grandi imprese)
2 risposte to “Pubblicità per performance, anche offline”
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1 Matteo.Balzani 7 novembre 2006 @ 14:53
Andrea, avendoci a che fare tutto il giorno ti assicuro che anche online l’advertising legato alla performance è fortemente osteggiato in molti casi. In primis dagli editori, che chiaramente non vogliono correre il rischio di vedere “misurata” la loro efficacia, poi dalle agenzie, che hanno paura di perdere budget. In alcuni casi addirittura dai merchant stassi, che hanno dei budget da spendere e spesso non sanno bene come e pagare sulla performance diventa quasi un rischio…
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2 Andrea Cappello 7 novembre 2006 @ 18:05
Hai ragione. Ma l’ADV di Google sta imponendo a chi gestisce ADV di seguire delle metriche e delle misurazioni più che in passato, misurazioni che online sono “concrete”. E che tradotto significa: “se mi fregano una volta, non mi fregano una seconda”.
E’ vero che gli editori online sono spesso fumosi nel proporre il loro valore, ma è anche vero che non la fanno franca con gli specialisti competenti che, dopo aver speso un certo budget con un portale, poi lo “rimodellano” a seguito delle performance rilevate. E se l’editore del portale non ci sta, lo sostituiscono con uno più performante a portata… di click.
E’ quindi vero quello che dici, ma online la logica dell’ignoranza dura poco o, quantomeno, meno dell’offline dove i paletti sono molti e richiedono grossi sforzi preventivi e consuntivi per abbatterli, sforzi insostenibili ai più.
Ma quello che più mi preme è che la soglia d’ingresso al mondo dell’ADV offline (e il suo monitoraggio per performance) grazie a soluzioni IT usabili, accessibili e gestibili facilmente come quelle offerte da Gooogle, è abbassabile drasicamente e migliorabile qualitativamente.
Il che significa realmente più libertà e più competitività per tutti. Anche se oggi significherebbe rendere ancora più grande il gigante G.
In fondo Google fa una cosa semplice: gruppo d’acquisto. E con i soldi che può spendere poi pretende per se e per i suoi affiliati il meglio che gli editori dovranno dare. Abbattendo monopoli distributivi e commerciali che attualmente mi sembra siano lo sbarramento principale per la crescita quantitativa e qualitativa dei media.
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Andrea, avendoci a che fare tutto il giorno ti assicuro che anche online l’advertising legato alla performance è fortemente osteggiato in molti casi. In primis dagli editori, che chiaramente non vogliono correre il rischio di vedere “misurata” la loro efficacia, poi dalle agenzie, che hanno paura di perdere budget. In alcuni casi addirittura dai merchant stassi, che hanno dei budget da spendere e spesso non sanno bene come e pagare sulla performance diventa quasi un rischio…
by Matteo.BalzaniHai ragione. Ma l’ADV di Google sta imponendo a chi gestisce ADV di seguire delle metriche e delle misurazioni più che in passato, misurazioni che online sono “concrete”. E che tradotto significa: “se mi fregano una volta, non mi fregano una seconda”.
E’ vero che gli editori online sono spesso fumosi nel proporre il loro valore, ma è anche vero che non la fanno franca con gli specialisti competenti che, dopo aver speso un certo budget con un portale, poi lo “rimodellano” a seguito delle performance rilevate. E se l’editore del portale non ci sta, lo sostituiscono con uno più performante a portata… di click.
E’ quindi vero quello che dici, ma online la logica dell’ignoranza dura poco o, quantomeno, meno dell’offline dove i paletti sono molti e richiedono grossi sforzi preventivi e consuntivi per abbatterli, sforzi insostenibili ai più.
Ma quello che più mi preme è che la soglia d’ingresso al mondo dell’ADV offline (e il suo monitoraggio per performance) grazie a soluzioni IT usabili, accessibili e gestibili facilmente come quelle offerte da Gooogle, è abbassabile drasicamente e migliorabile qualitativamente.
Il che significa realmente più libertà e più competitività per tutti. Anche se oggi significherebbe rendere ancora più grande il gigante G.
In fondo Google fa una cosa semplice: gruppo d’acquisto. E con i soldi che può spendere poi pretende per se e per i suoi affiliati il meglio che gli editori dovranno dare. Abbattendo monopoli distributivi e commerciali che attualmente mi sembra siano lo sbarramento principale per la crescita quantitativa e qualitativa dei media.
by Andrea Cappello